Non vado a messa

Sono stata educata come una cristiana. Non so se la fede dei miei genitori sia così incrollabile da considerarala un elemento a cui assolutamente una bambina dovrebbe avvicinarsi appena possibile. Probabilmente la verità è che è abitudine battezzare, mandare a catechismo e far comunicare. Per dire: non ho mai visto mio padre pregare e mia madre non va a messa; con lui non ho mai parlato di religione, lei mi riferisce spesso di non approvare il modo di agire dell’istituzione ecclesiastica, ma di credere in “qualcosa”. Il risultato finale è che sono arrivata a beccarmi un paio di sacramenti e che mi sono fermata giusto in tempo, evitando così la cresima e quindi la confermazione con conseguente dono del mio corpo/mente/spirito all’esercito di Cristo. Roba da finire veramente per ringraziare Dio: grazie di avermi aperto gli occhi e di avermi resa consapevole dell’errore che stavo per fare.
Il mio rapporto con la religione cattolica s’è incrinato nell’adolescenza: prima ero troppo ingenua ed il mondo era rose e fiori -mi succede ancora, purtroppo: temo non si guarisca veramente mai!- poi sono diventata troppo incazzata, perché era tutto ingiusto e la gente era uno schifo. I preti erano falsi e poi erano solo uomini: percepivo l’ingiustizia di base nella divisione dei “compiti” della classe sacerdotale. E poi c’era Dio che era e non era Gesù. Gesù sembrava un buon cristo, a parte essere uno morto che usciva dalla tomba (idea che mi atterriva, con l’avvicinarsi della Pasqua) ma quel Dio sadico? Che dire di lui? Se allora avessi avuto la malizia di adesso, avrei giurato che si masturbasse guardandoci patire: non mi spiegavo altrimenti la discordanza tra le prediche di amore e la realtà -paradossalmente quasi totalmente cattolica- che mi circondava. Troppe incongruenze. Incominciai così a parlargli a quattr’occhi, a chiedergli spiegazioni, a pregare, a sforzarmi di essere “buona” e a mettere in pratica l’amore; il tutto per cercare di migliorare il mondo, migliorare me ed avere qualche possibilità di udienza col grande capo. Chiedevo scusa per tutti i peccati che avevo commesso (figuriamoci: quali peccati si possono commettere a 12 anni? Maledetta religione della colpa!) e chiedevo scusa per aver chiesto scusa, perché, in fondo, sospettavo di volermi pulire la coscienza confidando nel perdono, ma senza un reale pentimento (figuriamoci n°2: di che cosa ci si può pentire a 12 anni?!?! Di non aver sparecchiato e quindi di aver reso infelice mamma???). Però quel dio era evidentemente troppo concentrato a titillarsi il frenulo (avrei detto allora, se io, all’epoca, fossi stata la io di adesso) per degnarmi di una risposta: cominciai a sperare con tutta me stessa che esistesse e che soffrisse veramente quando qualcuno affermava che non credeva in lui, così come mi dicevano i vari don Peter Pan (ogni volta che dici che le fate non esistono, una fata muore…). Passai qualche annetto a litigare con un dio stupido, finché non arrivarono i fatidici 7 giorni* di cui ognuno può usufruire, se vuole: ricreai il mio mondo, la mia realtà. E l’ultimo giorno plasmai dio a mia immagine e somiglianza. Non era più maschio, tanto per cominciare, e non era più cattolico. Allelujah!

Non mi va, ora, di raccontare per filo e per segno tutta la mia costruzione teologica di allora -tra l’altro, non sono neppure più sicura di ricordarla bene: basti sapere che, finalmente, mi ero allontanata da una religione che mi avevano fatto ingurgitare sin da piccola. I miei progressi sono stati coronati infine dalla richiesta di sbattezzo e ora (già da un anno e passa, in realtà) sono fieramente, ufficialmente non cattolica. Gaudeamus!
E’ per questo, ossia per la “fatica” che ho fatto per liberarmi da certi condizionamenti e per la decisione che ho dimostrato nel prendere posizione e rifiutare decisamente di essere annoverata tra le fila di gente le cui idee spesso mi fanno ribrezzo che provo un fastidio profondo quando tentano di ripropormi la stessa minestra.

Ad esempio mi torna in gola la colazione appena masticata quando il venerdì, alle 7.00 circa, Uno Mattina mi propone un prete che spoilera -credo- il vangelo della domenica. Purtroppo di questa iniziativa non trovo traccia online, tranne che su questo breve articolo (non saprei come chiamarlo): non sembra neppure una cosa ufficiale, tanto silenzio vi è attorno. Addirittura, all’inizio, i giornalisti neppure presentavano o ringraziavano il sacerdote, ma proseguivano col programma come se nulla fosse successo, tanto da farmi sospettare, le prime volte, che ci fosse una pesante interferenza in corso…
E, invece, nessuna interferenza: lui arriva lì, fa il predicozzo, lo ringraziano (ora) e se ne va. E il tutto a che pro? Che cosa dovrebbe darmi questo intervento? Che scopo ha? E perché viene interpellato solo il rappresentante di una religione**? E’ chiaro che le mie sono domande puramente retoriche: la mafia cattolica necessita costantemente di nuovi adepti ed ha i mezzi per potersi garantire una diffusione capillare di rappresentanti che, una parola qui e una lì, contribuiscono a lavare il cervello alla gente.

Be’, a me questo fa vomitare. Non vado a messa: perché devo sorbirmela quando sto guardando tutt’altro?

_______________________________
*non sono 7 e non sono neppure giorni veri: è una temporizzazione unicamente simbolica, ma ne ho approfittato per fare una citazione sarcastica, perdonatemi.

**in realtà, anche se si trattasse di rappresentanti di altre religioni la cosa mi darebbe fastidio: secondo me la fede è una cosa molto privata; dal momento in cui inizia a farsi pubblicità con l’intento di espandersi, perde il suo valore e, tra l’altro, finisce con l’essere invadente ed inevitabilmente fastidiosa.

Posted in Generale | Leave a comment

Cibo per l’anima

Sono sempre stata cicciona. E’ così che mi chiamavano all’asilo e alle elementari. Alle medie i meccanismi della socializzazione impongono una modificazione del linguaggio, e allora sono i gesti, i non detti o l’ironia ad esprimere lo stesso concetto. Come essere eletta “miss classe”, prima della votazione vera. C’è di buono che ero simpatica e mi prendevo in giro anche io, perché l’avevo imparato all’asilo: se ti fanno schifo i vermi, gioca coi maschi a tirarli fuori dalla terra, così non te li butteranno addosso per spaventarti. E a me facevano schifo, i vermi, perciò ridevo anche io di me e i miei compagni di classe si divertivano. Io anche, è chiaro: mi sentivo accettata. Mi chiamavano alle feste e a volte volevano farmi provare a fumare le canne o le sigarette normali: ero una di loro, insomma, anche se poi le canne e le sigarette non le fumavo.
Alle superiori ero amica di tutte e tutti: intelligente e simpatica, anche se brutta. Non mi sono mai sentita particolarmente sfruttata per i compiti e penso di non esserlo stata, e poi capitava pure a me di copiare. So di essere stata esclusa da qualche festa estiva a casa di “quelloriccoconpiscina” -mio compagno di banco, tra l’altro- ma, a pensarci bene, non avrei mai avuto il coraggio di mettermi in costume da bagno di fronte a loro: se le mie compagne di classe si commiseravano per il culone, che cosa dovevo dire io, che non ricordo un giorno senza di lui? Il bello è che non so perché: perché si è ciccioni già da piccoli? Dovrei dare tutta la colpa ai miei genitori o ai nonni? Si dice che buttarsi sul cibo sia un modo per combattere il senso di abbandono e la carenza di affetto: è possibile sentirsi così già da piccoli, con una famiglia alle spalle che definirei buona, senza traumi che io sia in grado di ricordare, senza liti, sberle o cinghie, senza quelle storie terribili che, invece, a volte si sentono? Certo, mio padre lavorava sempre, così come lavora adesso e mia madre idem: passavo la giornata divisa tra asilo (che mi annoiava, perché sapevo già scrivere, al momento dei miei ricordi di quel luogo) e la casa dei nonni materni che straviziavano me e mia sorella, forse per reazione alla loro, di infanzia. Ricordo con quanto gusto mangiavo i panini al prosciutto e maionese della merenda, rigorosamente accompagnati dal succo di pera. Quando a tre anni ho smesso di andare alla scuola materna perché stavo male (mi mangiavo le unghie e pregavo ogni mattina i miei di lasciarmi andare a scuola con mia sorella, invece di quel postaccio insulso dove ero costretta), ricordo che mangiavo anche la pastasciutta (PAUSA UN ATTIMO: non fa riderissimo questa parola? Pastasciutta…Ahahahahaha a me da morire!) a casa della nonna. Faceva un ragù buonissimo, che non ho mai più mangiato altrove. Oppure i crostini col gorgonzola, o le bistecche impanate, le patate al forno, la pasta al burro col prosciutto, la minestrina in brodo piena di “farfalline” e con un fondo di formaggio grana di mezzo centimetro di spessore…
Ormai lo so: la maggior parte dei miei ricordi, da piccola, riguardano il cibo. Il “viaggio” a Venezia? Un ristorante in cui si entrava scendendo due scalini e dove ho mangiato sogliola e, per la prima volta, una polentina quasi liquida. La vacanza a Gardaland e i laghi? Un piatto di pasta al ragù in cui tentavo di fare la scarpetta, prima che il cameriere me lo rubasse -salvo poi restituirmelo a causa della mia espressione di puro sconcerto e la richiesta di mio padre (“La bambina deve ancora finire…”). La visita ai lontani parenti di Latina? La pizza. Mia sorella sostiene che fosse una colazione, ma secondo me era una cena. Cena con la pizza, che per me equivaleva a dire “festa”. La prima puntata in Sardegna, oltre al mare (ecco, l’acqua mi restava quasi sempre impressa, soprattutto se ci potevo nuotare dentro), equivaleva a pomodori buonissimi e pesce. Quando mia madre domanda se mi ricordo un fatto qualsiasi riguardante la mia infanzia, la prima domanda è “Ma cosa avevamo mangiato?”.
Il cibo, per me, è sempre stato un’ancora, me ne sono resa conto, ma da quali carenze ciò dipendesse non l’ho mai realmente capito. Anche adesso, lo so, quando sono in bella compagnia posso saltare un pasto, oppure mangio pochissimo. Se sono da sola o se non sto bene con qualcuno (per noia, generalmente), allora mangio un sacco. Troppo. A volte penso che cibo e carenza d’affetto, in me, siano collegati in quanto, sia quando mangio che quando mi sento amata, ho caldo alla pancia, che sembra una cosa sciocca da dire, infantile, magari, ma è l’unico modo in cui riesco a descriverlo. La mia non è un’ossessione, sia chiaro: mi piace mangiare e so di avere determinati comportamenti in date situazioni, ma niente che mi spinga verso disturbi più gravi. Una comune risposta psico-sociologica, suppongo.
A proposito di cibo, è da Dicembre che non mangio più carne: il tutto è inziato per vedere che cosa provavo, per sapere se ero dipendente dal maiale, pollo o mucca che fosse. Volevo sperimentare su me stessa non tanto la privazione, quanto il cambiamento. Ho, in pratica, trovato il modo per assumere del cibo in maniera un po’ più attenta: devo pensare a cosa mangio e quanto, devo studiare modi diversi di cucinare i legumi, devo capire come preparare dei piatti veloci almeno quanto una bistecca ai ferri. Non si tratta, mi pare ovvio, di una possibile soluzione al mio rapporto col cibo e con me stessa, però mi rendo conto che la concentrazione e l’attenzione finiscono per entrare in quel meccanismo, anche se non sono del tutto conspevole del modo in cui lo modifica. Nel frattempo, tra l’altro, prima ancora di fare il tentativo vegetariano, ho iniziato a impormi sulla “fame”, cercando di ascoltare il mio stomaco, di non andare oltre al livello di sazietà. Ora, sulla mia agenda, vedo che un anno (e quasi un mese) fa pesavo 17 kg in più. Devo confessare che mi sembra un’esagerazione: non mi paio così dimagrita, anche se molta gente che non mi vede da un po’, come prima cosa mi domanda se io sia a dieta. La cosa mi fa incazzare. No, non sono “la cicciona a dieta” che si vedeva brutta e, per la vergogna impostale dalla società, ha deciso di dimagrire. Sono ancora la cicciona che si vede spesso brutta, solo che adesso cerco di ascoltarmi, invece di ignorarmi. Non sono sicura che questo mi renderà “bella” (non so, esattamente, in quale senso: è un concetto così difficile, quello di bellezza), di certo non voglio esserlo per loro che mi vedrebbero così solo se rientrassi nei canoni stretti quanto un paio di pantaloni a vita bassa (che sono un po’ il simbolo del male, per me). In realtà odio che mi si chieda se sono dimagrita e di quanto, per lo sguardo di soddisfazione che leggo a volte negli occhi di chi me lo domanda, quasi che provassero un senso di fastidio a vedersi circondati da gente grassa ed io, finalmente, avessi accettato di ritornare tra i ranghi del peso forma, ubbidiente e vinta. Mi dà fastidio che pensino che io tenti così di essere bella, nel senso in cui lo intendono loro. Sì, io vorrei esserlo, vorrei esserlo davvero, bella, come sono stata bella a dire la verità, o quando ho baciato per la prima volta una ragazza che mi piaceva da morire, oppure ho sorriso senza dire niente -perché volevo solo sorridere- ad una bella donna. Io voglio essere così. Bella così.

E, cazzo, questo post non ha neppure un filo conduttore, non arriva da nessuna parte e sono già stufa di scrivere. Ecco.

Posted in Generale | 2 Comments

L’epica nel dna

Ho appena finito di leggere l’ Iliade.
Lo dico con un’aria stranita, come se si trattasse, in realtà, di una frase che ho bisogno di ascoltare per crederci, perché è un po’ una cosa che persino a me sembra buffa. La gente a cui lo dico, di solito, ride, ma, se ci penso proprio bene, la verità è che si trattava un’idea che mi girava per la mente da tanto tempo: la parafrasi alle medie e alle superiori è sempre stata così piacevolmente rilassante, per me che amo tanto le parole, da lasciare un ricordo quasi dolce sia dell’epica omerica che di Dante. Sono sicura che prima o poi leggerò anche la Divina commedia, infatti: attendo soltanto una piccola spinta, la scintilla della consapevolezza che i tempi sono maturi.
Per l’Iliade questa è stata rappresentata da Cassandra di C. Wolf che è stata in grado di lasciarmi con un senso di orfananza persino maggiore rispetto alla media dei libri che finisco ed è strano, perché non credevo che sarei andata oltre alla prima pagina. E poi, invece, eccomi a trovare la chiave di lettura, il giusto ritmo, i passi per muovermi attraverso la mente del personaggio come fosse la mia. L’autrice mi ha fatta innamorare per l’ennesima volta nella mia vita di qualcuno che non conosco: di lei e della protagonista. Lei, un genio. Cassandra, una donna forte e fragile, così vera e consapevole da farmi desiderare di essere come lei. Ovviamente sapevo come andava a finire la storia, perché le narrazioni delle gesta di Achille, della scelta di Paride, della forza di Ettore e di tutti gli altri mi sono familiari. Il mito greco non dico che non abbia segreti per me, ma mi affascina per tutta una serie di motivazioni che sarebbe troppo lungo spiegare ora, perciò ne ho letto un bel po’, ma è stata una sorpresa vederlo da un’altra prospettiva. Ad esempio “Achille la bestia”: quando quest’espressione ritornava nel testo, quasi rabbrividivo. E pensare che “da piccola” tifavo per lui, un caro bravo ragazzo, in fondo, destinato ad una vita breve ma gloriosa e ad una morte veramente idiota. Viva i Greci, abbasso i Troiani che avevano il torto di stare dalla parte di uno sciocco che aveva scelto l’amore di una donna solo perché bella, come se questo bastasse. E poi è inutile: la scelta migliore sarebbe stata la sapienza (sì, io avrei optato per Era. Spero che Atena ed Afrodite non me ne vogliano, ma era la cosa più logica da fare: l’intelligenza ti renderà in grado di sviluppare un’ottima tattica di guerra, oltre ad essere una qualità apprezzabilissima, tale da farti avere almeno qualche chance con una donna affascinante…).

Dicevo: viva i Greci e viva lo sfortunato e tenero Achille! E, invece, eccolo lì: un affamato di guerra, distruttore e vile. Dovevo saperne di più. Così, finito Cassandra, ho voluto prendere in mano l’opera dalla quale tutto aveva avuto inizio. A parte la mia sorpresa nel rendermi conto che della stessa veggente non c’era praticamente ombra e del fatto che il racconto si chiude con la morte di Ettore (niente cavallo, niente frecce nei talloni…), ciò che mi ha più stupita è stato il mio atteggiamento o, meglio, la mia percezione del racconto. Era come starsene seduti sulla vetta di una montagna e guardare il panorama, scorgendo città, seguendo il corso dei fiumi dalla foce fino al mare, percorrendo con lo sguardo ogni strada, collina, avvallamento, imprimendosi nella mente l’esatto aspetto del luogo in cui si vive. Solo che quello che vedevo non era un paesaggio: era la “mia” cultura. Durante tutto il racconto ho continuato a percepire con piena consapevolezza le basi del mondo (“occidentale”, è questo che intendo) in cui vivo. Il culto della forza, l’onore, la ricchezza, la conquista, la morte violenta esaltata in quanto sacrificio per la patria.

Ho letto l’Iliade e l’ho trovata ridicola.
Il canto dell’ira di Achille non è altro che la favola sulla puerile lamentela dell’eroe stizzito perché perdente nella contesa con Agamennone. E qual era la posta in gioco? La sua schiava preferita, Briseide, che, per come viene trattata potrebbe persino permettersi di non avere un nome: ninnolo, decorazione che aggiunge valore solo a chi la possiede. E così ogni donna: madre, moglie o schiava che sia: una medaglia da appuntare al petto del combattente. Persino lo stupro delle donne (prima appartenenti ai vinti) è una cosa cosa così naturale e pacifica da diventare un placido “dormire nel letto”.
Lo so che sono cose che tutti sanno o dovrebbero sapere e mi rendo conto anche di essere banale a criticare un’opera di millemila anni orsono: nessun Omero si farà un’analisi di coscienza dopo le mie parole. Il mio scopo non è questo, in effetti: come ho detto, attraverso la narrazione epica sono riuscita a osservare la cultura a cui appartengo. E’ a questa che rivolgo la mia critica, perché è evidente che tutti i valori a cui fa rifermento sono rimasti praticamente immutati da secoli. E’ tutto questo insieme che merita la definizione di “ridicolo”: non so se è merito di Wolf che mi ha aperto gli occhi e la mente fornendomi altri punti di vista, però è vero che ho immediatamente pensato che tutti dovrebbero affrontare questo classico e rappotarlo al modo in cui viviamo. I “bisticci” per il possesso di una schiava sono cosa totalmente estranea alla nostra società? Forse l’esaltazione del caduto “per la patria” è avvenimento raro ai nostri giorni? Alla fine del libro ci si rende conto che abbiamo appena finito di guardarci allo specchio ed il riflesso che questo rimandava era solo un imperatore in mutande.

Stupido è l’attaccamento ad un paese natìo, infantile il desiderio di vittoria sul nemico, ridicolo (di nuovo questo aggettivo, sì: chiedo scusa per le ripetizioni) il tentativo di coprire i propri interessi con valori ed ideali, al fine di renderli più belli ed accettabili.
Leggetela, l’Iliade e fatela leggere: è vero che le grandi opere hanno sempre qualcosa da insegnare. A volte, però, è qualcosa di diverso da quello che ti aspetteresti.

Posted in Generale | Leave a comment

Metodi di educazione

E’ di relativamente poco tempo fa la notizia (che potete trovare riportata ad esempio qui) che una coppietta di adolescenti scoperta nei bagni della scuola a fare sesso sia stata punita con l’espulsione di 1 giorno per lui e 4 per lei. Il preside si giustifica della disparità di trattamento dicendo che lei era colpevole di essere entrata nei bagni dei maschi. Praticamente un’invasione bellica in piena regola.

Mi è venuto in mente quando andavo alle superiori io: fortunatamente era una scuola piccola, ma per nulla bigotta (ricordo con estremo affetto la mia prof di italiano e storia, colei che ha contribuito a risvegliare in me la prima fame di femminismo -dopo la maturità non l’ho più ritrovata e ora la cerco disperatamente senza successo, perché devo ancora darle copia della mia pagina dei ringraziamenti presente alla fine della mia tesi di laurea. Fine parentesi “Chi l’ha visto?”). In quel glorioso e minuscolo liceo i bagni erano in tutto 5, tutti in una stanza, e ogni porta era segnalata dalla figurina femminile (3) o maschile (2). Un giorno, ricordo, mi sono soffermata pensosa ad osservare le porte, le ho aperte tutte e mi sono messa a ridere. L’unica differenza esistente era la presenza di un cestino nei bagni delle femmine. Ecco cos’era che mi rendeva diversa da un maschio: io, nei bagni, posso/so/devo/necessito di usare un cestino! Sarebbe stato interessante sviluppare questa epifania in maniera più approfondita: sicuramente mi avrebbe condotta a una coscienza del discorso sui generi non precoce, ma almeno un po’ meno tardiva. Peccato non aver sfruttato l’occasione: alla fine di quella scoperta mi sono servita unicamente per fare quello che mi è sempre riuscito meglio, ossia farci qualche battuta e suscitare risate. Ovviamente, ad eccezione di necessità puramente idrauliche che mi vedevano bisognosa del cestino, le porte che aprivo erano quelle che prima trovavo disponibili. Grazie al cielo nessun preside mi ha mai beccata: mi rendo conto solo ora della fortuna sfacciata della quale ho goduto, stando almeno alla notizia succitata.

E’ chiaro che le proteste sollevatesi successivamente alla decisione del direttore sono giustissime: i 3 giorni in più alla ragazza, incorniciati dalla patetita scusa scovata dopo una faticosa arrampicata sugli specchi, non sono altro che il retaggio patriarcattolico che ci portiamo sul groppone dalla nascita. Lei è una puttana e come tale va punita: non basti il biasimo della società, giammai! Lo peccato sia sottolineato con dia 3 di majorata punitione et cucimento di purpurea lettera “P” -stante per “personadeditalmeretriciuio”- di notevoli dimensioni su ogni suo indumento! Ed ora tutti a pagina 394 del Malleus Maleficarum.

Scusate, non ho resistito! Oggi ho la cazzonite...

La verità, però, è che a me ha colpito un’altra cosa che, forse, avrebbe dovuto indignare di più: ‘sti due poveri beati sono andati a fare sesso in un bagno durante la lezione. A scuola. In un bagno. Durante la lezione. Quanto tempo di autonomia avrebbero potuto avere prima che i professori potessero accorgersi della loro assenza e venirli a cercare? Sicuramente poco. Quindi loro sapevano che avrebbero dovuto sbrigarsi: era una consapevole sveltina. Ecco, a me questo fa salire un moto di inquietudine enorme: non ho niente contro le sveltine, sia chiaro, perché aggiungono pepe, perché può salire la voglia, perché prende così e così via. Il problema è che ho l’atroce sensazione che, soprattutto tra i giovani, sia l’unico metodo concepito. Purtroppo questa è una notizia che mi viene confermata anche da alcune conoscenze nel campo dell’educazione che coi giovani hanno a che fare quotidianamente: la qualità del sesso viene spesso ignorata a favore della quantità. Ed è chiaro che minori sono i tempi, maggiori sono le possibilità di totalizzare un numero consistente di incontri. Ma a che prezzo? Insomma, io credo che a 15 anni si dovrebbe avere tutto il diritto di prendersi del tempo, giocare, esplorare, capire. Altrimenti, poi, quando le impari le cose? Vabbe’, parlo io che ho iniziato tardi: si imparano comunque, è chiaro, ma perché iniziare volontariamente in maniera disastrosa? Che gusto c’è? Che gusto c’è a fare del pessimo sesso? Una mia conoscente diciottenne una volta se n’è uscita con una frase tipo “Mi annoia fare sesso col mio ragazzo. Sì, lo amo, ma…” e questo perché lei non era mai venuta assieme a lui. L’ho guardata con tanto d’occhi, mentre cercavo di liberarmi il cervello da un’immagine apocalittica postnucleare che era sgorgata dalla mia immaginazione nell’udire quell’affermazione. E poi mi si stringeva il cuore di sincera sofferenza nel sentire la sua frustrata ammissione “Lui viene sempre…insomma, non mi sembra giusto…”. No, in effetti non è giusto. Ma potevo dirle, io, cambialo? A che pro, poi, se magari, un qualsiasi altro lui da quando ha 15 anni non si fa che sveltine?
Non lo so se riesco a spiegare il misto tra stupore, preoccupazione e senso d’urgenza che queste riflessioni risvegliano in me: bisogna fare qualcosa e ogni volta che sento racconti del genere sono sempre più convinta che sia necessario ripartire da tranquille sessioni di masturbazione di gruppo che almeno si comincia da sé, si capiscono i meccansmi, si imparano le basi che poi potranno essere comunicate e condivise. Amen.
Insomma: tutti dovrebbero prendersi un bel po’ di tempo e tastare con mano (espressione che suona un po’ come una battuta scadente) la differenza tra qualcosa di frettoloso ed una luuunga e lenta sessione masturbatoria. Che poi, mi ripeto volentieri: a ogni velocità in realtà va bene, ok anche i cambi di marcia perché non è che ora il Tantra è la Via e il resto è deprecabile, ma qui mi sto riferendo ad un problema serio. Io non concepisco il fatto che si cresca a pane e sesso senza poi capirci niente. E non concepisco che non ci si diverta o ci si annoi a fare sesso. Ripartiamo un po’ dal principio e con calma, tutto qui. Dopodiché, quando ognuno sarà in grado di capire cosa e come piace, ecco che si può iniziare con le sessioni a coppie o a squadre, as you prefer.

Quindi, alla fine, ma tornando al principio di questo post, anche io trovo la punizione ai due giovini totalmente errata: niente sospensione per nessuno, tantomento niente disparità, ma una bella ora di sesso in palestra. Magari col preside dietro la porta che cronometra e, ogni tanto, redarguisce i due: “Non sento ansimare e siamo appena a 10 minuti!”…

Posted in Femminismo, Riflessioni non troppo brillanti | Leave a comment

Sms che non invierò mai

Ogni volta che ti vedo vorrei solo dirti: “Ama me! Ama me!”

E poi vederti sorridere.

Posted in Magic moments | Leave a comment

La sottana fino al pelo, che Vero!

Ecco, allora io credo che, prima di arrivare a Vicolo Corto, passerò dal Via e anche da questo, questo e questo. E sicuramente, alla fine, la sensazione sarà quella di aver appena edificato due hotel su Viale dei Giardini. Perché io stia parlando per metafore tratte dal Monopoly non lo so spiegare: a volte i collegamenti mentali sono stupefacenti; immagino che sarebbe un lavoro interessante provare ad interpretarli come si fa coi tarocchi e scoprire il destino di una persona: finirò male? Finirò bene? Finirò a breve?
Per non saper né leggere né scrivere, finirò (come il titolo prometteva) a parlare di figa.

Gli articoli che ho linkato hanno tutti a che fare con le modificazioni a cui la vulva è sottoposta per essere presentabile. Ovviamente ci sarebbe da chiedersi “per chi?” e la risposta è “tutti e nessuno”, perché si sta parlando dell’ideale “comune”, ossia di quel tentativo di omologazione a cui anche il desiderio viene sottoposto.
E allora, partendo da me, perché è così che fanno le brave bimbe, vorrei iniziare ricordando la prima volta che mi resi conto che la cosa che avevo tra le gambe poteva avere un’estetica.

Avevo 12 anni. Probabilmente non è vero, ma 12 anni” è l’espressione che uso sempre per definire la maggior parte delle trasformazioni che sono avvenute in me nella fase pre-durante-subitopost adolescenziale. La verità è che non tengo mai le date a mente, soprattutto se sono cose che mi riguardano: la mia “memoria dell’acqua” mi fa ricordare benissimo le emozioni, mentre lascia scorrere particolari insignificanti come il tempo, a volte il luogo e cose pratiche di questo genere…
Quindi, avevo dei simbolici 12 anni quando mi accorsi che c’era qualcosa che non andava sul mio pube: dei peli. Già quelli delle gambe avevano iniziato a cambiare colore e questo significava -lo sapevo- che dovevo avvicinarmi alla depilazione, pena l’abbandono dei pantaloni corti, sebbene non capissi esattamente perché. Insomma, i peli ce li avevo già prima, che io ricordassi, eppure adesso non andavano più bene e, anzi, dovevo sentirmi molto imbarazzata se qualcuno li riusciva a vedere. Mi è sempre rimasto il dubbio su come dovessi considerare quelli delle braccia e confesso che, in certe giovani primavere, la riscoperta gioiosa delle T-shirt era rovinata, nei primi tempi, da un senso di indefinito imbarazzo.
Quindi, come se non bastasse, il mio bellissimo pube morbidamente roseo iniziava a deturparsi con quei cosi che, santo cielo, erano pure lunghi e, al tatto, di stuttura diversa, più resistente, rispetto al già citato vello che mi copriva le gambe. Non potevo permetterlo: ingaggiai una guerra fatta più di nervi che di azioni e sulla lametta vinse la caparbietà dell’ormone. Per pigrizia e senso della realtà mi arresi ed il nemico finì per diventare quel triangolo riccioluto che solo più tardi iniziai ad apprezzare.
Non tentai più di modificarlo, quindi, e col tempo ci feci non solo l’occhio, ma anche la mano, ché a forza di toccare anche quella si abitua, finché iniziai proprio a prenderci gusto. Certo che il colore le donava! E sì, be’, il pelo era diverso, ma aveva una sua morbidezza, un che di caloroso e piacevole. Presi l’abitudine di addormentarmi con le mani nelle mutande, ma non a causa di sonni post-orgasmici: era diventato quasi un rituale rassicurante (sto veramente pensando alla coperta di Linus?!) e rilassante. Passarci le dita attraverso, giocarci…una sensazione tattile di cui non riuscivo a fare a meno.

E’ stato dopo che questa piacevole conquista era ormai da tempo assodata che mi capitò di rendermi conto di quanto cara mi fosse diventata la nuova moquette: l’appendicite venne a trovarmi. Ero in quarta o quinta superiore quando mi operarono, ma, prima di farlo, era stato necessario affidare il mio pube alle delicate ma decise cure di un’infermiera che, per quanto la situazione sembrasse provenire dai più spinti cliché, si limitò a rasarmelo con un macinino elettrico. Il dolore che provavo da giorni non mi aveva fatto subito rendere conto della perdita ma, dopo l’operazione e passati gli spiacevoli postumi dell’anestesia totale (di cui non parlerò, ora), al momento di andare in bagno e calarmi i pantaloni del pigiama…oh cielo! Cos…chi…com…perc…ma…? Di chi era quella collinetta spelacchiata? Non ero in grado di riconoscermi e lo shock si ripeteva ogni volta che la necessità spingeva lo sguardo all’altezza di un paio di mutande abbassate. Non solo: avevo la spiacevole sensazione di portarmi addosso qualcosa che non fosse mio, ma che appartenesse ad una bambina. Non mi ci potevo neppure masturbare con tranquillità! Cioè, ok, non potevo farlo guardandomi…

Non esagero dicendo che mi sentivo fortemente a disagio con quella parte di me che aveva ormai perso tutta la familiarità, con annessi di morbidezza, calore ed estetica. Sì, estetica: mi rendevo finalmente conto che l’aspetto, quell’aspetto, era quello che più mi si addiceva, che mi piaceva e che mi faceva stare bene. Fu in quell’occasione che maturai la mia decisione di iscrivermi al partito del “Pelo libero” -nel momento in cui esso fosse stato creato, ovviamente- e che nessuno poteva permettersi di dirmi come il mio pube dovesse essere acconciato o se il suo apparire fosse quello “giusto”. E’ per questo motivo che faccio fatica a capire l’opinione dei più (spesso e volentieri fruitori di bassa pornografia) che elogiano i lati positivi di un pube glabro: bellezza, sensazione tattile, igiene (?!?!?!?)…soprattutto quando non si tratta dei portatori di tale pube. Perché una persona può sentirsi a suo agio con folte fronde, un praticello regolare oppure con una collina nuda e tutte le versioni che stanno in mezzo, ma la decisione spetta sempre ed insindacabilmente a lei.
E’ chiaro che il look che preferisco “indossare” è, in generale, quello che preferisco vedere, ma da qui a dire che chiunque io frequenti deve apparire come voglio, be’, ne passa…

Allo stesso modo trovo non solo assurda, ma anche inquietante l’imposizione di canoni estetici che influiscono su una cosa che per essere modificata richiede molto più di un rasoio, come nel caso della forma stessa della vulva. Con quali criteri si giudica giusta o sbagliata la forma di un corpo o di parte di esso? E per quali motivi? Il “gusto estetico” messo lì davanti a far da scudo ad ogni critica nasconde solamente un pericoloso istinto alla normativizzazione dei corpi. A che scopo, poi? Forse che la visione di una figa diversa dalla mia potrebbe dare inizio alla più radicale delle rivoluzioni? Anche se, pensandoci bene, se il sesso libero e consenziente è parificatore poiché distrugge i ruoli e li deforma, piegandoli e sacrificandoli al piacere, allora qualche timore rivoluzionario non è da definirsi propriamente infondato…

E allora, via con la rivoluzione del sesso, dei corpi, del piacere! Che mondo meraviglioso sarebbe: meno paranoie, meno infondate preoccupazioni e tanto, tanto più rilassato divertimento.

Che poi, giusto per concludere, io non ho mai visto corpi brutti. Ho visto bruttissime persone, questo sì, ma corpi mai e mi crogiolo nel pensiero che “La bellezza è negli occhi di chi guarda” che finisce per nutrire il mio gioioso ego che non aspettava di sentirsi dire altro…

Posted in Generale | 4 Comments

Boicotta OMSA

Dalle Sguardi sui generis:

Appello per un’azione di Solidarietà Concreta

Dal 2010 ormai prosegue la vertenza delle operaie dello stabilimento della Omsa di Faenza, minacciate di perdere il lavoro per una delocalizzazione della produzione che nulla ha a che vedere con la crisi e tutto ha a che fare con il profitto; la vigilia di Capodanno il gruppo GoldenLady ha comunicato alle 239 lavoratrici ancora occupate che il 12 marzo 2012, alla fine della cassa integrazione, saranno licenziate.
La perdita di qualsiasi scrupolo da parte dell’azienda ha sollevato la giusta  indignazione di molti/e, decis* a solidarizzare con la lotta di queste lavoratrici. Da tempo è partita una campagna di boicottaggio dei prodotti del gruppo che, anche grazie ai social media, sta raggiungendo un notevole livello di diffusione.
Come donne, collettivi e realtà autorganizzate vogliamo diffondere un appello per un’iniziativa congiunta in tutte le città italiane Sabato 28 Gennaio.
Con volantinaggi, striscioni, musica, presidi, flash mob ed ogni altro strumento utile, proponiamo una giornata di informazione e boicottaggio attivo di fronte ai punti vendita del gruppo GoldenLady (Golden Point).
Nel pieno dei saldi, quando all’azienda farebbe gola vendere il più possibile, vogliamo stare nelle strade per ricordare a chi pensa solo al proprio profitto che le scelte di produzione non possono passare sopra le nostre vite.
Diffondiamo questo appello a tutte le realtà organizzate, femministe e non, e alle singole persone che desiderano impegnarsi per dimostrare solidarietà concreta a questa lotta.

 

Piuttosto che vestire sfruttamento, le calze ce le disegneremo sul corpo!

Lavoratrici OMSA
Laboratorio Sguardi Sui Generis (Torino)
Mujeres Libres (Bologna)
Le De’Genere (http://de-genere.blogspot.com/)
Femminismo A Sud (femminismo-a-sud.noblogs.org)
Xxd – Rivista di varia donnità (xxdonne.net)
Sconfinamenti (Napoli)
Folpette femministe, antifasciste, antimilitariste – Padova
Minerva Jones (minervajones.blogspot.com)
Centro Sociale Askatasuna (Torino)
Collettivo Universitario Autonomo Torino (cuatorino.org)
Altraagricoltura nord-est Padova
Francesca Sanzo (www.francescasanzo.net)
Valentina S. (http://www.consumabili.blogspot.com/)
Franca Treccarichi
Roberta Galeano
Laura Cima
Ferdinanda Vigliani
Vincenza Perilli (marginaliavincenzaperilli.blogspot.com/)
Melina Caudo
Nicoletta Dosio (Movimento NO TAV)
Lavoratrici Slai Cobas
Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
Antonio Caprari
Un altro genere di comunicazione

Per adesioni: sguardisuigeneris[chiocciola]gmail.com

Posted in Femminismo | Leave a comment

Film sull’Amore

L’altro giorno ho guardato un film di quelli leggeri, “L’amore non va in vacanza”, con Kate Winslet (rossa e morbida: quanto mi piace!) e Cameron Diaz. Le due, dopo una delusione sentimentale, si contattano tramite un sito web/chat e si scambiano la casa per un breve periodo; a cavallo delle vacanze invernali, perciò si trasferiscono una in America e l’altra in Inghilterra dove, dopo varie peripezie, troveranno il nuovo amore. Evviva.

Mentre lo guardavo, comunque, mi sono sospresa a riflettere sulle mie reazioni di fronte a quanto vedevo: sorridevo se la protagonista (soprattutto Kate: cosa ci posso fare!?) sorrideva, mi sentivo felice con lei e credevo nell’amore, annuendo bonariamente di fronte ai primi dolci segnali. E poi mi sono chiesta: ma cos’è, questo amore? Come inizia? Cosa si prova? Come si presenta: salta fuori all’improvviso o si fa annunciare?

Come ho già avuto modo di dire (anche se non ricordo se in questa sede), non so spiegare che faccia abbia questo sentimento, sebbene abbia usato più volte la fatidica parola. In verità ho spesso avuto la sensazione di adoperarla a sproposito, almeno rispetto a quanto mi viene mostrato dalle narrazioni a riguardo. Questo scollamento tra le due realtà (la mia e quella “letteraria”) mi ha però posta di fronte ad un nuovo problema: questo parlare di amore, questo mostrarlo continuamente è solo dovuto ad un fattore commerciale (ché l’amore, in quanto sentimento piacevole, vende) o si tratta, piuttosto, di un metodo educativo ben studiato? Sono stata educata all’amore da romanzi, fumetti, film, canzoni e poesie, quindi? Insomma: mi chiedo se ne parlo così tanto perché mi hanno insegnato a parlarne; se abbiano tentato di descrivermelo in modo che potessi esercitarmi a provarlo; se abbiano provato anche ad educarmi a rivolgerlo verso le persone giuste… Ma soprattutto: perché? Immagino -e abbozzo solamente un embrione di riflessione- che la società ci guadagni ad avere sudditi indubbiamente eteronormati, innamorati, placidi, oppure alla costante ricerca di questo sentimento, abituati a pensare che solo l’amore conta e niente altro importa: può mancare il cibo, il lavoro, un tetto sopra la testa, ma mai l’amore (comodo: chi fa una rivoluzione perché lo Stato non garantisce il sentimento, quando ottenerlo è solamente una questione di meriti propri?). A questo punto, poi, chiunque non riesca a raggiungere quest’agognata meta, automaticamente è un fallito che sarà talmente depresso da non poter reagire ad altri stimoli esterni. Peggio ancora: chi magari non vede perchè dare troppa importanza a tale inflazionato sentimento sarà costretto a periodi di intensa autoanalisi sui perché e percome, cercando di capire dove sbagli.

In ogni caso, temo di non essere stata un’allieva attenta: a parte il fatto più eclatante, quello che mi vede, cioè, rivolgere le mie attenzioni romantiche a Kate Winslet, piuttosto che…che…come si chiamava il biondino belloccio? -Ecco, sì, sono un caso disperato!- Comunque, a parte questo, credo di aver frainteso parte degli interventi educativi: se dovessi definire l’amore, non sarei in grado di discriminare le volte che l’ho provato per una persona, piuttosto che per una cosa o evento. Oppure non so definire la differenza tra attrazione e sentimento, o classificarli per importanza. Addirittura -cosa veramente grave per una giovane sottoposta così tenacemente a molteplici forme di insegnamento intensivo- inizio a domandarmi se sia vero che l’amore, così come me l’hanno descritto, esista o, ammesso che sia cosa reale, se debba essere rivolto solamente verso un’unica persona. Per non parlare della durata di tale sentimento -eterno o attimo fugace?

Il risultato di tutta questa riflessione -che ha radici ben più profonde dell’analisi scaturita dalla visione di una commedia leggera- mi lascia in realtà confusa. Spesso ho provato a cercare riparo dietro il cinismo per evitare il discorso: ridevo delle romanticherie, sorridevo di ogni sospiro. Questo perché, trattando delle relazioni con persone, posso dire (posso davvero?) di non aver mai avuto delle “storie importanti”, sempre che la rilevanza di questo genere di cose si misuri in durata nel tempo: tutte “avventure” molto brevi, a volte gioiose, altre tormentate e confuse. Che la colpa fosse mia, nata incapace, monca, priva di qualche ingranaggio fondamentale? Per evitare di autoinfliggermi punizioni per questa grave mancanza, mi riparavo quindi dietro ad un disinteresse da volpe VS uva. Questo, però, non risolveva l’elemento principale: io ero impossibilitata ad amare. E poi, invece, quasi a contraddirmi per dispetto, mi sono resa conto di una cosa: non so se si tratti di una trappola ormonale, ma a volte sento il fluire di un sentimento forte e luminoso privo di ragione. Non è entusiasmo e non è rivolto verso alcunché, eppure esiste, tanto da risultare quasi palpabile. Poiché sono la più scrupolosa delle analiste, so di aver registrato altre volte questi strani movimenti dello spirito: come ho già detto, è capitato per persone, cose ed eventi, oppure per nulla; per pochi istanti o, imprevedibilmente, per anni. E non trova riscontro in alcuna narrazione che mi sia stata sottoposta, perché non ha prodotto i risultati dei film: quel sentimento non cambia il mondo, non compie miracoli, non muove la slitta di Babbo Natale (non c’entra niente, ma siamo in periodo), oltre a non sfociare nella via verso l’altare (che non ci sarebbe comunque, proprio per le mie inclinazioni, ma concedetemi la metafora). Anche per questa mancata coincidenza, mi sono sentita spesso inadeguata ed incapace: pare corrispondere e a quanto descritto, eppure il contesto non quadra, quindi, forse, sono sulla strada sbagliata. Forse sono io ad essere sbagliata. Ho immaginato di non essere in grado di adeguarmi a quanto mi veniva costantemente mostrato: mi sembrava l’unica spiegazione possibile e tale conclusione si aggiungeva ai motivi che mi portavano a cercare protezione dentro un guscio di falso disinteresse.

E, invece, quest’anno appena passato ha rappresentato per me una svolta importante: qualche piccolo ingranaggio ha preso a girare; c’è stato uno sblocco e ho iniziato a pensare (anche se forse sarebbe meglio dire “sentire”) che i concetti di giusto e sbagliato erano troppo simili a gabbie per potermici abbandonare, soprattutto se riguardano il mio modo di percepire la realtà che mi circonda.
Odio ogni dittatura e non voglio chinare la mia testa proprio di fronte a quella dell’Amore. Nessuno può o deve permettersi di impormi la visione di un sentimento che, come tale, è per forza di cose privato e non replicabile -figuriamoci imitabile! Non si insegna ad amare e, soprattutto, non è giusto obbligare la gente a farlo o a cercare di farlo, illudendola che si tratti di un bisogno da soddisfare, pena infinita sofferenza. Creare il bisogno dell’amore ricorda troppo una di quelle maledette regole della pubblicità e fare mercato dei sentimenti è cosa deprecabile, soprattutto se inizio ad ipotizzare che questo faccia parte di un piano per rendere le persone inermi ed apatiche, ulteriormente incapaci di osservare la realtà dei fatti.

Questo, lo ammetto, sta diventando un pippone enorme, ma ciò che sento di dire ora è che, per quanto abbia cercato di farne a meno e di tenerlo lontano col cinismo per una sorta di autodifesa, ora non desidero proteggermi dall’amore, qualunque ne sia la forma, anche se diversa da quella proposta a forza. Accetto di provare qualcosa di estremamente forte, anche se non assomiglia a nulla di quanto visto alla TV. Allo stesso tempo, cosa ancora più sorprendente, mi sono scoperta meno affamata di quell’unica forma che da anni mi viene mostrata e proposta: mi rendo conto di non essere alla sua disperata ricerca e posso lasciarmi coinvolgere da un film e condividere i sentimenti della protagonista senza per questo provare alcun tipo di invidia o autocommiserazione di fronte al finale che mi riporta alla realtà, inevitabilmente diversa da quanto appena finito di vedere.

Pur godendone, non ho bisogno dell’amore. Di scopare, magari, ma questo è un altro discorso.

 

Quindi io amo. Alla fine, accade che io a volte ami, ma non assomiglia esattamente a quanto credevo: è molto meno melenso di quanto mi aspettassi. Meno epico, volendo, e non certo soprannaturale.
Va così e lo trovo divertente.

Posted in Generale | 8 Comments

Una fine di un anno

Capodanno civile: ora dei resoconti ufficiali.
Sono stata brava, avrò un contratto da dipendente a tempo determinato della durata di 24 mesi, sono dimagrita di 12 chili (se la bilancia non dà i numeri), mi sono divertita abbastanza, ho fatto cose che mi hanno sorpresa e ho conosciuto persone belle. Ho imparato a squirtare e ho prodotto degli ipertoni decenti (ma devo ancora allenarmi in entrambe le cose).

Insomma, tutto bene.

Sarebbe divertente se il prossimo fosse davvero l’ultimo anno della Terra: potrei sforzarmi affinché le cose vadano ancora meglio, con questa scusa.

Potrei addirittura scopare…

Posted in Generale | 2 Comments

Riflessioni concentriche

Credo di avere molta confusione dentro: ho letto articoli, commenti, link, discussioni a riguardo, eppure ho ancora un nodo nel petto, una sorta di turbamento che mi impedisce di esprimermi chiaramente per prima cosa con me stessa.
Il mio problema non sono i fatti in sé, poiché quelli sono stati chiari si dall’inizio e la mia tendenza a voler capire le ragioni di tutte le parti in causa ha giocato bene le sue carte e mi ha dato modo, mentre me ne stavo volutamente distante, di osservare le vibrazioni, i cerchi concentrici che si sviluppavano attorno all’evento. Peccato che le increspature sulla superficie hanno, a loro volta, dato origine ad ulteriori reazioni: le ho viste tutte ma, a questo punto, mi sembrava che ci si trovasse così distanti dal punto focale che non riuscivo più a distinguerne le reali ragioni, facendo assumere al tutto tinte assurde e, devo confessare, preoccupanti.

Ciò che ho bisogno di risolvere, però, non è il putiferio che s’è scatenato, perché non sono in grado di fornire una soluzione a riguardo e, anzi, temo che una voce in più, allo stato attuale dei fatti, non aggiungerebbe molto (ammesso che io abbia la pretesa di poter fornire un contributo fondamentale alla discussione). Ciò di cui necessito ora è di tornare a guardarmi un po’ dentro, per riuscire a capire come mai la mia personale reazione (interiore) a quanto è accaduto sul momento è stata talmente forte da continuare ad amareggiarmi anche dopo giorni dal “fatto”.
Aggiungo che è per questo motivo che non ho intenzione di linkare nulla, in questo post: non mi interessa esporre minuziosamente i fatti, perché non sono l’oggetto di questa riflessione, se non in quanto “scatenanti” di una reazione interna che devo riuscire a sbrogliare, né rientra nei miei obiettivi aggiungere un bel po’ di benzina sul fuoco. Preferirei essere generica, rimanendo il più possibile neutrale nell’esposizione dell’accaduto.

Un giorno accendo il pc e finisco a leggere un post in un dato blog, che esprime una riflessione su come il fascismo abbia potuto ripresentarsi con la faccia pulita, con la citazione di link e nomi di chi ha aiutato, in varie forme, questo movimento a ritagliarsi uno spazio (di nuovo) nella nostra società.
Ci penso su; ragiono sull’importanza delle parole e atti, su quanto sia necessario soppesare quanto si dice o scrive e sull’inflazionatissima frase attribuita a Voltaire “Non condivido le tue idee, ma bla bla bla…”. Penso anche che, forse, quel post sia un po’ riduttivo: solo quelli? C’era dell’altro, c’erano degli altri. Non è solo chi ne parla a favore, ma anche chi, invece, volontariamente non dice nulla. Rifletto su cosa faccia io, effettivamente, per impedire al fascismo di espandersi, o mi riporto dolorosamente alla mente alcuni episodi in cui, invece di reagire, per paura, ho preferito tacere, lasciando correre alcune frasi o comportamenti che, invece, avrei dovuto mettere in discussione. E così su ogni cosa, non solo il fascismo… Insomma, spazio, lasciando che quanto ho letto diventi parte di me, o meglio, parta da me, per quella famosa legge della fisica quantistica (o era altro?) per cui il personale è politico.
Il giorno dopo sono ancora che rifletto -la mia digestione è molto lenta- e, nel bel mezzo di una complessa associazione di idee, mi ricordo di un nome citato proprio nell’articolo: mi sbaglio o conosco quella persona? Omonimia? Assonanza? Devo ricontrollare e così ne ho la conferma: ho chattato con lei proprio due giorni prima.
E’ stato in quel momento che è iniziato tutto: la brutta sensazione è cominciata da lì, con un “Ma come è possibile?”. Ho subito sentito l’esigenza di rallentare, leggere, riflettere, spulciare e arrivare a capire se non si trattasse di un errore (e da parte di chi, poi?). Purtroppo, però, le cose non vanno sempre come si spera e ben presto scopro che gli eventi, spesso, non viaggiano alla velocità di cui si avrebbe bisogno: quella stessa persona, avendo letto l’articolo, ha reagito in maniera piuttosto allarmata e la sua reazione ha dato origine, nel giro di poco, allo “scontro tra fazioni” che continua a rimbombarmi nelle orecchie e a non lasciarmi lo spazio per pensare.

Questi sono, più o meno, i fatti definiti in maniera stringata (anche un po’ riduttiva) per potermi dare lo spazio di scrivere lentamente una riflessione il più possibile completa.
Perché ci sono rimasta male? Perché questo senso di delusione? E, soprattutto, delusione verso quale parte, se la “colpa” risiede solo in una delle due?
Credo che sia importante partire proprio dalla prima domanda che è sorta spontanea: “Com’è possibile?”. Che, in realtà, stava a significare due cose:

1) com’è possibile che qualcuno che consideravo stare sulla mia via nel tentativo di perseguire i miei stessi obiettivi (o, comunque, molto simili), abbia potuto fare una cosa che considero assolutamente non condivisibili? E’ successo davvero? C’è stata un’interpretazione errata?

2) com’è possibile che chi ha scritto l’articolo abbia citato una persona con cui sicuramente era entrato in contatto, senza un tentativo di discussione? Insomma non sarebbe stato meglio parlarne, prima, in privato?

Questo era ciò che ho pensato sul momento, ma già qui un importante nodo viene al pettine: si tratta di una domanda posta nel mentre di un insieme di riflessioni e commenti condivisi con altre persone e che fa più o meno così “Solo perché si tratta di qualche compagn*, allora bisogna concedere dei trattamenti di favore?”.
Insomma, fosse stata una qualsiasi altra persona, mi sarei sentita così turbata e bisognosa di un momento di “confronto privato”? Ebbene, dannazione, no. Mi sono resa conto che, nella mia imperfezione, mi sentivo molto più propensa a concedere degli sconti a un’eventuale sorella/fratello. E accetto ogni critica a riguardo, perché so che questo è ancora un argomento insoluto. Purtroppo, mi rendo conto di procedere molto per “affetto”: so da me di non essere “politicamente matura” (e ho già avuto modo di dirlo) e questo si riflette anche nel modo in cui mi approccio a determinati argomenti e ambienti. Quando parlo di sorelle e fratelli, lo penso davvero, anche se si tratta di persone che magari ho incontrato una volta sola in vita mia e con cui ho parlato per cinque minuti. Sono troppo facile all’entusiasmo, nonostante cerchi di nasconderlo, è questo il problema. Di conseguenza, ricevere una delusione da qualcuno che è idealmente così vicino al mio cuore mi amareggia in maniera indicibile, tanto che fatico a crederci e, quando ormai il fatto è innegabile, ho la tentazione di mettere il tutto a tacere, per quella strana tendenza indotta a “lavare i panni sporchi in casa”, inculcatami da un’educazione particolarmente rigida. Allo stesso tempo, sento l’esigenza di avere subito spiegazioni, per riuscire ad entrare nell’ottica di chi erra, in modo da capire (e forse “comprendere” -badate bene all’etimologia stessa del termine) il suo punto di vista. Ecco, a questo proposito, io ho subito avuto la necessità di sentire le ragioni delle parti. Sono riuscita a farlo solo per una delle due, purtroppo (non ho interpellato personalmente nessuno, proprio perchè si stava scatenando, a mio avviso, un putiferio che mi metteva a disagio: mi sono limitata a leggere i vari comunicati e commenti), mentre per il resto ho dovuto sopperire alla carenza di notizie di prima mano con deduzioni e collegamenti logici, basandomi sulla mia esperienza e sul mio modo di agire. Ovviamente questo ha reso la riflessione ancora più personale di quanto già non lo fosse e, ormai, staccata dai protagonisti in sé.

La conclusione del mio ragionamento è stata:

- chi ha compilato l’articolo è stato coerente col proprio lavoro.

- allo stesso tempo, però, se io fossi stata citata in un post del genere, avrei provato grande imbarazzo e tristezza. Non so dire come avrei potuto reagire: forse avrei cercato di spiegarmi subito, forse mi sarei chiusa in silenzio per un po’ (così come mi è effettivamente successo pur senza essere coinvolta nella questione), forse mi sarei incazzata. Alla fine, comunque, il tentativo di comunicazione l’avrei fatto. Però, ripeto, qui si sta parlando di me proprio perché non ho modo di comprendere quale siano state le ragioni della seconda parte in causa -ed ora come ora neppure mi interessano, dato che tutta la situazione mi è servita per ragionare sui miei personali meccanismi di azione.

Quello che posso dire, però, è che davvero non capisco e non tollero lo sviluppo successivo di una sorta di guerriglia che mi è sembrato dilaniasse anche me e alla quale non sono riuscita a trovare una spiegazione. E’ stato, questo, il frutto del già citato incresparsi delle acque, ma in un luogo talmente lontano, dal mio punto di vista, rispetto a dove il sasso è caduto, che ha stravolto ogni cosa.
Adesso che la discussione (se tale si può definire, proprio per l’esacerbarsi dei toni) sta andando avanti, coinvolgendo altre persone e blog, io non sono più soltanto a disagio, ma anche disorientata e molto propensa alla rabbia: il fatto che non capisca quali movimenti sotterranei siano in corso, non fa che rendermi ancora più irritabile e mi viene voglia di urlare, perché non è concepibile che si colga una scusa qualsiasi per mettersi a criticare il lavoro di molta gente; il tutto, senza avere il coraggio di presentarsi di persona e utilizzare delle reali motivazioni, ma partendo da un’accusa che è grave e da un fatto che avrebbe potuto risolversi, invece, con una chiacchierata a viso aperto.

Ma io sono e rimango un’idealista, oltre che ingenua. E’ chiaro che sto cercando di migliorarmi in entrambi gli aspetti, ma per il momento non posso far altro che sentirmi amareggiata. Amara me, appunto.

 

Mi dispiace: sono giorni che tento di completare questa riflessione, eppure sento di non essere in grado di scrivere meglio di quanto appena fatto, anche se, dopo numerose letture, continuo a non trovare soddisfacente le parole che ho messo in fila qui.
Pubblicherò comunque, perché ormai non sono più in grado di spremermi meglio e mi sento talmente saturata da tutta la vicenda che sto sforzandomi di rimanere aggiornata, combattendo la tentazione di lasciar perdere tutto: mi viene difficile da pensare che vorrò scriverci altro su.
Pazienza: è già tanto che sia riuscita a confessarmi un paio di meccanismi imbarazzanti…

Posted in Riflessioni non troppo brillanti | Leave a comment