Solo per stomaci forti

Scavando nel profondo, in ognun* di noi si possono trovare degli aspetti inquietanti o disgustosi. Per chi è meno fortunat*, questi si riescono a scorgere già a livello superficiale. Personalmente, non saprei dire a quale categoria appartengo e, di conseguenza, se sia necessario grattare solo un po’ o effettuare alcuni carotaggi per riuscire a provare il brivido dell’orrido in mia presenza.
So, ad esempio, di giocare molto sulle sensazioni di schifo: adoro le reazioni della gente di fronte allo humor nero o a quello scatologico, ma non sono in grado di dire se questo mi renda o meno disgustosa. E’ che mi piace scherzare! Eppure, a volte, le mie non sono battute: è solo che la gente non mi prende molto sul serio…

Ad esempio, mentre parlo di mestruazioni adoro riprodurre un’espressione maniaca e imitare Hannibal, quando risucchia l’aria tra i denti. E’ una cosa a cui tutti di solito reagiscono con una risata, preceduta da un “Ugh…” nauseato. La verità è che adoro le mestruazioni: sono affascinata dal sangue, dal suo colore, dalla consistenza. Potrei guardarmi le dita sporche per ore, giocherellare con i grumetti, lasciarli scivolare sul palmo della mano, premerli, tirarli, romperli…
Non so esattamente da cosa derivi questa fascinazione; il fatto è che non ho mai considerato le mestruazioni come una rottura, tranne che quando usavo gli assorbenti esterni ed era estate: la sensazione di caldo umidiccio era fastidiosissima e, avendo io un flusso abbondante, i frequenti cambi non davano che un breve attimo di sollievo. Tutto il resto dell’anno, invece, sopravvivevo benissimo e di certo il mio mood a riguardo era facilitato dall’assenza di dolore, se si esclude il fatidico primo giorno. Da quando uso la mooncup, poi, anche l’estate è diventata una passeggiata: niente sciabordii e nessun disagio. Inoltre la coppetta mi dà la possibilità di osservare molto più agevolmente il mio prodotto.

La verità è che il mestruo risveglia in me delle sensazioni molto forti, oserei dire ataviche: al suo “cospetto” sento i tamburi, percepisco una vibrazione bassissima che mi attraversa, mi viene voglia di perdere il linguaggio e dipingerci intere pareti di roccia, di colorarmici la faccia e partire per la battaglia, come se fossi io strega ed esso l’unguento in grado di farmi uscire dal corpo. Di diventare cannibale, come se le mestruazioni fossero i miei morti e, nutrendomi di loro, ne potessi assorbire la potenza.

Ecco, bere il mio stesso sangue mestruale è un’idea che mi ha sempre attratta. Ovviamente, nel caso mi fossi decisa a farlo, il gesto avrebbe avuto un significato “rituale” molto forte: tralasciando l’idea della potenza espressa poco sopra, avrebbe simboleggiato la completa accettazione di tutti gli aspetti della mia personalità, di ogni pensiero e azione. Non solo, lo collegavo anche alla capacità di provvedere, metaforicamente parlando, al mio nutrimento: sarei bastata a me stessa (tralascio di riportare ora le paranoie sul vuoto interiore che a volte ho provato/provo).

Lo scorso mese ero “reduce” da un’esperienza bellissima, quel famoso Fem Blog Camp di cui ho già parzialmente narrato e che ha rappresentato per la sottoscritta il contatto con una nuova me. Non so esattamente quali corde siano state toccate in quell’occasione, però è successo che l’idea di compiere quel rituale si è ripresentata fortissima, come fosse un’esigenza improrogabile.
E così l’ho fatto.
E’ stato strano, devo ammetterlo: mi sono rilassata, ho tolto la mooncup, ho guardato attentamente il liquido rosso e poi ho avvicinato la coppetta alle labbra. Ho lasciato che la sensazione di calore e la vischiosità mi riempissero la bocca. Non è stato facile, perché il sapore ferroso del sangue mi era duro da sopportare, ma ho resistito. Ho giocato con le parti grumose, spostandole dentro la bocca con la lingua, contro e tra i denti, spingendole sul palato lasciandole scivolare in fondo, quasi ad inghiottirle e, alla fine, ho chiuso gli occhi, sorriso e buttato giù.
Da brividi: il gusto era orribile (sarà capitato a chiunque di assaggiare il proprio sangue: non è poi tutta ‘sta cosa da gourmet), ma mi sentivo euforica. L’avevo fatto davvero! Sfondando un tabù, avevo divelto violentemente una barriera che non si sarebbe più formata e mi sentivo stranissima: ero esattamente dentro di me, coscientemente centrata, eccitata da morire per aver sfidato un divieto la cui disobbedienza mi avrebbe esposta al biasimo della società. Un gesto così piccolo ed insignificante, completamente innocuo, mi faceva sentire come una scalatrice che raggiunge una vetta inviolabile (eppure è impossibile che io sia l’unica al mondo ad averlo fatto!).

E allora, tornando all’inzio di questo post, quanto narrato mi rende una persona disgustosa? So che agli occhi di molti potrei esserlo, ma so anche che potrei venire giudicata allo stesso modo solo perché ho fatto sesso “nella maniera sbagliata”, perché, per puro divertimento, ho baciato persone che a malapena conoscevo, perché una volta ho provato a mangiare delle formiche (una lunga storia: volevo diventare entomofaga…), perché non mi piace depilarmi, perché sono grassa e un sacco di altre cose che non sono altro che costruzioni culturali più o meno fortemente radicate nella società in cui vivo.
Ma allora, forse, l’istinto di scherzare col e sul disgusto non è altro che il desiderio di prendere per i fondelli e “desacralizzare” tutte quelle strane gabbie che ci costruiamo attorno o nelle quali ci lasciamo imprigionare. Perciò se il riso, come a volte mi piace immaginare, forma una crepa nei muri delle nostre menti, allora ben vengano tutte le oscenità, le impudicizie, le battute non solo sconce, ma anche “scorrette”, ossia quelle che scavano nel pozzi bui dove a forza releghiamo ogni emozione non razionalizzabile e riescono ad estrarre le risate di pancia, sguaiate e senza ritegno.

Ma sì, ridiamo. Ridiamo di gusto del disgusto. E ridiamo di noi, che di strada ne abbiamo ancora da fare, per migliorare questo mondo.

 

(Questo potrebbe diventare un serissimo programma politico)

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6 Responses to Solo per stomaci forti

  1. Roberto says:

    Nessuno schifo, nessun pregiudizio, anzi ero arrivato a credere che ritenere le mestruazioni una potente “vitamina” per la mente fosse una mia deviazione. Grazie per aver scritto queste parole. Da una donna sono più rincuoranti.

  2. amara says:

    Grazie a te di aver letto e di aver parlato del tuo modo di viverlo. Sono contenta che questo post abbia fatto nascere in te alcune domande.

  3. Sara Elena says:

    L’unica parola che mi viene in mente è “potente”. Quella barriera che tu hai divelto, io ho appena scoperto di averla. Leggendo mi sono domandata “ma in fondo, io non mi mastico le guance fino a staccarne pezzetti? ” e quindi, dov’è, qual è la differenza? E la risposta è stata deprimente: la differenza è solo che nel caso del mestruo mi hanno insegnato ad odiarlo, nasconderlo e nascondere me stessa. Considerarlo sporco, uno scarto di me stessa, qualcosa da lavare via e che potrebbe danneggiare gli altri e in generale il mondo che mi sta attorno e le piante e il cibo. Ci credevo veramente e ancora è difficile pensarla diversamente. Devo impormelo, forzarmi di pensare positivo. Quindi grazie. Grazie della condivisione.

  4. Pingback: Mestruo: tra odio et amo | Sopravvivere non mi basta

  5. amara says:

    Uh, wow! Cavolo…sono contenta che le mie parole abbiano fatto tutto questo. Insomma, sono onorata, sul serio. E scusa se non riesco esprimerlo al meglio: non so perché, do sempre l’effetto di essere sarcastica anche quando non voglio.
    Comunque, non credo si tratti di “donne mediocri” (la tua definizione mi ha colpita): temo sia solamente mancanza di consapevolezza. Non che io sia la regina dell’autocoscienza, ma mi rendo conto che spesso è questo il problema. Perciò è necessario continuare a parlarne: io ne parlo con tutt* quell* che posso, perciò fallo anche tu e pian piano le “resistenze” spariranno.

  6. tiziana says:

    Non ti ho letta per caso, non esistono le coincidenze, oggi le tue parole mi hanno accarezzato l’anima e le viscere, il tuo coraggio mi ha consolato. Il coraggio di esprimere a parole umane quella meraviglia che si materializza ogni mese nella nostra pancia, che “spiazza, scandalizza e schifa” la maggior parte degli esseri umani e tristemente anche le donne mediocri. Il solo fatto di descrivere l’uso della Mooncup procura nelle mie interlocutrici espressioni tragicamente indescrivibili, aver a che fare col proprio sangue mestruale, toccarlo, annusarlo, guardarlo….
    La prima volta che l’ho raccolto, disidratato pazientemente, polverizzato, ero consapevole di maneggiare una materia potentissima divina e magica, che mi rendeva parte di una divinità eterna, madre e padre di Tutto. Vedere nelle tue parole la stessa consapevolezza mi riempie, mi nutre e mi sostiene.

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