Trittico

Amo il tuo modo di amare.
Quando parli di crepe, del tuo io complesso,
di cose che posso solo immaginare,
che non tocco con mano.
E dell’amore che ti cammina accanto,
che sussurra al tuo orecchio,
dei tuoi brividi.
Amo quel mistero che resterai
e, al contempo, il tuo aprirti spensierato
in modi che mai concepirei per me.
___
Con lo sguardo mi godevo la tua pelle,
ti cercavo i difetti, e tutti,
senza risparmiarne alcuno,
li respiravo, li assorbivo,
li mangiavo
come bevevo le tue parole
e la tua voce.
I tuoi colori si intonavano così bene col mondo.
I tuoi movimenti col piano dell’esistenza.
Le leggi della fisica – frantumi razionali
nel mondo della mia testa,
dove ogni impulso era nutrirmi di te,
goderti senza freni,
assaporando qualsiasi piccola vibrazione,
ogni respiro, le tue vocali strane,
i riflessi incondizionati, il tuo brillare d’amore.
Non potevo che essere felice.
___
Distesa d’erba.
Fruscii di fronde.
Terra.
Come il grido di chi va per mare,
meno disperato,
meno urgente.
Terra.
Sotto di me, dentro il mio cuore
per lasciare ai germogli il tempo di spuntare.
Terra.
Un bacio che non sarà mai.
Un abbraccio che qualche volta è stato.
Terra.
Ma tu, che forse sei aria, brezza di una calda estate,
forse non saprai cosa significhi.

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Cogliersi di sorpresa

I tuoi occhi chiari si riempiono di bellezza,
di altri occhi azzurri, di sospiri,
di una pelle bianca come le cose più pure e delicate.
Di capelli appiccicati alla fronte sudata,
alle guance.
Di una bocca morbida e spalancata,
di una gola fremente, un cuore impazzito,
di suoni senza controllo.
Di quell’essere bellissimo che io amo.

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La friçe attraverso lo specchio

Vivo in una strana sensazione di viaggio, avanti veloce, indietro di colpo, sbattuta di lato. Oppure è solo la telecamera di una regista inesperta, con zoom improvvisi, tremori, inquadrature sbagliate e goffi tentativi di correzione, solo che non ci sono immagini, bensì sentimenti. Frammenti.
L’innamoramento confessato mi rende felice come se ne fossi io l’oggetto. O come se fossi io a provarlo, attraverso lo specchio, gli occhi, le parole dell’altra.
E, insieme, un briciolo di amarezza: posso, io, provarlo? Esiste quel collegamento? Funziona ogni meccanismo? Se schiaccio quel bottone, avrò una risposta o resterà tutto muto? Ho voglia che quel bottone venga premuto?
E, insieme, l’eccitazione del sapere come va, ma anche di sapere che potrò vivere questo capitolo da spettatrice, senza il rischio di venirne sporcata in qualche modo, marchiata, o solo sgualcita da troppe emozioni.

La tenerezza della fragilità umana, che si ostina a provare sentimenti, mentre, nello stesso momento, mi osservo domandarmi se ho mai capito che senso abbia esattamente il sesso. Quella cosa in cui le persone fanno facce stupide e rumori ridicoli. Cielo! Anche io ho fatto quella roba? E non veniva da ridere all’altra parte? …

…sopportava stoicamente?

No, ricordo che era bello. Che non ho mai pensato che nulla fosse stupido, in quelle situazioni. Perché lo penso adesso? E’ come se tutto fosse così lontano da me da non coglierne l’essenza, ma ricordo di aver provato delle emozioni. Ricordo che sono ancora in grado di farlo. Ho una foto di me innamorata di pochi giorni fa, anche se è solo un concerto e non è quell’innamoramento, proprio quello che “la gente” intende di solito. Le sensazioni mi attraversano e hanno campo libero: come posso negarlo?
Be’, a meno che non si tratti di mettersi in relazione con altre persone. “Vere”. Persone che possano rispondere o esprimersi di fronte a queste stensazioni. Non abbraccio, anche quando vorrei. Non riesco: mi è capitato di volerlo, ma non rientrava nella prassi di comportamento tacitamente concordata e generalmente applicata durante gli incontri con tale individuo. Non ci ero abituata io in primis ed era un abbraccio che comunque voleva dire…intensità, che qualcosa era già cambiato. Ma ci si abbraccia in almeno due: una persona di troppo, per me, per potermi far carico di quella responsabilità e una persona di troppo che possa aver accesso alle mie vulnerabilità.

E mentre penso a tutto questo, la gente si conosce, si piace, si apre…
Sembra quasi una cosa naturale, da dietro lo specchio.

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Queerchè?

Ho un momento di forte dubbio politicizzato che, ora riconosco, si agita in me da molto.
Se tutto va come nei radiosi progetti e sogni che ho fatto per il mio futuro, non partorirò mai, ma questo dubbio si è comportato da fastidioso embrione per tutta la sua esistenza, fino ad esplodere ed essere partorito -novella Atena- dalla mia mente razionale.

Io ho un problema con il termine queer

Il fatto è che, a questo punto, credo di non avere una buona relazione con questa parola. Ogni volta che la penso, la ascolto o la dico, vedo, nella mia testa, l’immagine di una persona di genere non definito, sorridente e con in testa un pennacchio da ballerina di samba. E’ un’immagine molto allegra e, per se’, mi fa piacere vederla. Non è fastidiosa, non è disturbante in alcun modo. Solo che…

Solo che come faccio a riconoscermi in una persona che balla la samba? Io non sono queer, sono lesbica. Ed è vero che nessun* mi obbliga a riconoscermi in termini che non voglio: non è questo il problema. Il mio problema è: chi si può riconoscere in una persona che balla la samba? Voglio dire: è solo una ballerina di samba. O un ballerino. Chiunque può ballare la samba. Dov’è la forza dirompente? Dov’è l’elemento di rottura contro la normatività soffocante? E’ un ballo e la gente balla in continuazione, oggigiorno, senza mettere in dubbio alcunché delle restrittive regole della vita. Un ballo è una pausa, prima di tornare nei ranghi.

Ho un problema con questa parola e mi fa rabbia avercelo. Mi incazzo perché vorrei non voler realizzare che non riesco a vedere la sua forza, nonostante esistano persone che conosco e a cui voglio bene che si definiscono queer E sono potenze politicizzate che stimo e con cui lotto.

E invece il problema resta. Esattamente come un/a figli*…

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Irrisolte

Dove iniziano i condizionamenti sociali? Dove finiscono, per dare spazio ai desideri personali? Dove inizio io, se un “Io” non può mai essere separato dal contesto culturale in cui si sviluppa? E lo sappiamo che, no, non può.
In quale modo, allora, accogliere il proprio desiderio, una volta ascoltato? Una volta legittimato nella sua esistenza? Mi piacciono cose che non vorrei mi piacessero? Può una fantasia erotica essere “politicamente inaccettabile”? Se il personale E’ politico (e lo è), che ruolo ha l’erotismo in questo? E i sogni in cui ci si culla, sperando nella loro realizzazione? In quale modo il mondo interiore è politico? Esiste uno spazio che sia solo mio, non grande quanto una stanza, ma piccolo, cruna di ago, dalle pareti di splendido diamante, inattaccabile dall’esterno e che non filtri nel mondo?
E una spiritualità coltivata consapevolmente come può evitare, ad un certo punto, di entrare in collisione con una visione del mondo politicizzata?
E’, la mia, solo separazione di personalità? Schizofrenia? Quante me esistono.
Sono io, forse, il diamante dalle molteplici facce?

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Cos’ha la lavanda

Sulle labbra, il sapore speziato dei biscotti.
Tutto profumava, mentre il vento mi accarezzava la pelle,
E la lavanda si stagliava contro il cielo azzurro
Innocente e viola, più sgraziata di una margherita.
Nel sole, nel mondo, mi sentivo un po’ lavanda anche io.

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Pulsazioni

Sono viva.
Sangue caldo, organi tiepidi. Mani fredde.
Cervello elettrico, spirito fluido ed inchiostro.
La lepre salta nel fuoco, ma io languisco nella luce lunare; viva, ma in attesa.
In attesa dell’incontro: mi chiami da mesi, ed io te.Verrò a trovarti, ripescando nelle memorie la strada per tornare ai tuoi luoghi.

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Frammenti

Da qualche settimana vivo un senso abbastanza angoscioso di solitudine. Mi sovvengono tutte le occasioni in cui mi sono sentita sola, cosa ho provato in quei momenti, come ci sono sopravvissuta, se ho riso, pianto, me la sono goduta o sono fuggita. E, dal passato, sbatto in faccia al presente, veloce come se avessi preso la rincorsa: mi guardo attorno e mi sento ancora più sola. Incontro qualche persona, ci parlo, condivido momenti, ma la mia pelle è una barriera insormontabile che nulla può penetrare. Dentro brucio, incandescente, ma, fuori, i miei gesti e le mie parole sono solo mite vapore, nel tentativo di ridurre tutto a livelli emozionali adatti al quieto vivere.

……
Sola con le mie paure, sola con le domande senza risposta, sola nel tentativo di vivere, divorando avidamente le storie delle/gli altr* per capire se possano adattarsi a me, se, dentro di loro, nascoste, esistano delle parole magiche che io sia in grado di utilizzare e che si adattino alla mia esistenza.
Sola a cercare compromessi, spiegazioni razionali, i gesti e le parole giuste. A sbagliare, a cadere e a crogiolarmi nel dolore e nel pianto, amara indulgenza, nella certezza che sono le/gli altr* a fare schifo e io, invece, io no. L’Unica. La Sola.
……

Sola, come quando, durante il mio primo bagno nell’acqua dolce di un lago, mi immergevo, cercando di stare sotto il più possibile e guardavo affascinata il cielo sereno dal fondo. Nessun rumore, nessun’altra persona, solo il cielo increspato dalle onde.

A volte è bello. Molto spesso, di questi giorni, è insopportabile.

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Primavere

Sento il picchio, lontano nel bosco, e la brezza che soffia tra le fronde degli alberi. Giochi di luce ed ombre sull’erba tagliata non molto tempo fa; fringuelli che si chiamano da un ramo all’altro. Tutto profuma di bella stagione e anche la mia stanchezza ha il sapore del pigro fluire primaverile.
Da due notti sogno l’amore: strani incontri, alcuni che sfidano il corso stesso del tempo. Sembra quasi che, quando dormo, io sia in grado di dare un nome a tutto ciò che provo. Che tutto sia perfetto.
Che tutto sia.

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Cosa fa male?

Mi linkano un articolo abbastanza ridicolo. Lo metto qui, un po’ nascosto, perché è piuttosto patetico: sono riuscita a leggerlo unicamente badando ad una riga dispari ogni dieci. In realtà non voglio discutere del discutibile: si parla di poligamia, quindi di qualcosa che non mi interessa (il matrimonio), il punto di vista è unicamente quello maschile, quindi il mio livello di attenzione si abbassa ancora di più e, in più, si affronta il tema delle malattie cardiovascolari, argomento per trattare il quale manco di competenze adeguate. La verità è che nel mio cervello si accendono i pochi collegamenti ancora buoni e penso a quante persone, leggendo questo articolo, lo interpreteranno come una critica al poliamorismo o alle relazioni aperte (ma ci sarà anche quell* che troverà una critica al genere femminile tutto). E’ un volo di fantasia un po’ più spinto quello che mi fa interpretare in senso metaforico il titolo: quel “fa male al cuore” mi colpisce.

Penso che quello che fa realmente male al cuore sia l’amore così com’è concepito nella nostra società. Le barriere che siamo costrett* a mettere per suddividere e classificare tutte le relazioni interpersonali. Quelle stesse barriere che mi soffocano ma che, al contempo, non riesco a superare: non riesco a vedere cosa ci sia oltre, se mai esista, un “oltre”. Perché esiste qualcosa che non puoi ancora nominare? E, nel momento in cui manca un vocabolario (anche di gesti) comune, quante possibilità ho di esprimermi ed essere sicura di venire capita, facendo vedere alle/gli altr* quello che ho scorto oltre confine? Ed è la paura di fraintendimenti che mi spinge ad analisi sempre più certosine che, lavorando su materiale fluido come il sentimento e le sensazioni, non portano assolutamente a niente. Affondando nel microscopico particolare, mi ritrovo perduta nello sterminato tutto e viceversa: se mi apro, finisco per costruire confini e specificazioni che mi chiudono in scatola.
Gioco spesso a guardare questo mio corpo, comprensivo delle sue sensazioni, come fossi un’estranea, una qualche intelligenza artificiale che giudica le emozioni, consapevole che siano frutto di reazioni chimiche e, allo stesso tempo, analizzandone le conseguenze: entusiasmo, calma, tristezza, amarezza… Mi dico “passerà” o “ricordatelo”, a seconda della qualità di quanto sto provando, ma scorgo i limiti di questo agire: la macchina che fingo di essere non può far altro che osservare ed annotare. Non riesco ad andare oltre, né a sfuggire alla cultura che mi è stata imposta, che giudica ogni cosa che provo come positiva o negativa, a seconda di quanto fa comodo, tanto che, in realtà, dovrei parlare di “utile o inutile”, anche quando si parla di felicità o amore. Quindi anche io finisco per ripetere quanto mi è stato insegnato: la rabbia è male; l’amore è bello, ma solo se è definito in una determinata maniera e, contemporaneamente, mi rende stupida e non produttiva; ciò che non segue determinati rituali non può essere definito “___” (amicizia, amore, altro…) e quindi non esiste. Per questo motivo, spesso, non so cosa sto provando: annoto la contentezza, la commozione, il desiderio, ma stanno fuori da ogni casella fornitami e dalle “procedure” testate, approvate e diffuse come verità e, quindi, non sono sicura siano vere.

E’ questo, alla fine, che mi fa male al cuore.

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