Poema

Come posso spiegare la sensazione dell’aria tra le dita?
L’ebbrezza di un pigro guidare nella frescura della sera,
il vento che risale lungo il braccio,
si infila sotto la maglietta, vortica sui seni e mi ricordo…
Mi ricordo quando, secoli fa, ero nuda su una distesa d’erba che mi fustigava i polpacci, la schiena
e, a cavalcioni su di te, le labbra incollate,
risucchiavo il tuo respiro, un po’ della tua anima nei polmoni.
Mi tenevi fermi i capelli,
fiamme rosse che lambivano il tuo viso.
Poi ridevi, la luce del sole, il riflesso del cielo nei tuoi occhi.
Ero io, alla fine, a restare senza fiato.

Come posso spiegare la sensazione dell’acqua nelle coppe dei miei palmi?
La lanciavo in aria, che ricadesse, fresca, sul mio viso,
gli occhi chiusi per l’intenso piacere,
un sorriso estatico e brividi lungo la schiena che spegnevo lasciandomi cadere all’indietro, abbandonata, aspettando di venire sommersa.
I suoni attutiti del mondo, fuori, erano un canto rituale,
un ritmo che si fondeva col battito del mio cuore.
E mi ricordo di quando, prima che si contassero gli anni,
la luna si rifletteva sulla superficie della sorgente.
Quanto avremo ballato, al buio, prima di cercare ristoro nel gorgogliare eterno della polla?
Vedevo la tua schiena, d’argento anch’essa,
ricordo il calore della tua pelle, feroce contrasto.
E la mia sete, la sete, la sete.

Come posso spiegare la sensazione del fuoco nelle mie mani?
Quando ogni fiamma si era placata, le lingue guizzanti dei cani guardiani, come ossa rimanevano le braci,
resti quieti, ricordo di una gioia feroce.
Sacrificio per sacrificio, vi affondavo le dita,
scavavo nella cenere, giocavo col dolore, colma di gratitudine:
avrai qualcosa di me.
Come quando, con la luna appena adolescente, bruciavamo senza controllo, spiriti posseduti a squarciare il silenzio della notte.
Tu ricordi quelle urla? Gli sguardi folli, il brillare di denti affilati, le corse fino al cedere delle gambe, cadute scomposte, sangue, l’urgenza, la fame…l’addormentarsi come perdita dei sensi?

Come posso spiegare la sensazione della terra sotto i miei polpastrelli?
Vi affondo le dita. Calda, soffice, sensuale.
Rizomi, piccoli sassi, l’odore avvolgente di un campo fertile.
Fingo che le mie mani siano radici,
immagino di poter crescere all’infinito,
di vedermi germogliare ciclicamente.
Mi copro di foglie, una corteccia resistente mi protegge,
fiorisco, profumo.
Giunge l’ora dei frutti, sodi, rossi come il peccato,
sulla lingua esplodono inondando la bocca di succo.
Accadde prima di ogni epoca: ci cercammo. Ci sfiorammo le mani come per caso.
Facemmo finta di niente, ma senza spostarci.
Mi rombava il sangue nelle orecchie.
A te, che mai mancavano le parole, rimaneva solo il silenzio.
Il mio stomaco, all’improvviso, si domandava come potesse vivere senza reggere il tuo peso.
Guardavamo l’infinito, mentre mi si inumidivano gli occhi.
Avevi anche tu paura?
Tremavo. Volevo scappare. Restare.
Piangevi anche tu.
Poi le mani, che fino ad allora avevano plasmato il mondo ancora giovane, si mossero, si intrecciarono, si strinsero.
Nella bufera, sotto il mare agitato, in un incendio indomabile, sepolte da una montagna che frana…la realtà si capovolse, ogni cosa perse di significato.
Nessuna delle due fuggì, ma i nostri sguardi terrorizzati si incontrarono: in bilico su una voragine di domande, osai tentare un sorriso. Mi rispecchiai nel tuo. Ci mordemmo le labbra.
Con un bacio ci svegliammo, prima ancora che scrivessero le favole.

Ricordo il tuo odore, come tu il mio e ora, millenni dopo l’inizio dello scorrere del tempo, come ci promettemmo, io non ti aspetto, ma porto con me il ricordo di ciò che è stato e, se ci incontreremo di nuovo, berremo e mangeremo, in onore dei mille desideri che un tempo saziammo.

 

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Trittico

Amo il tuo modo di amare.
Quando parli di crepe, del tuo io complesso,
di cose che posso solo immaginare,
che non tocco con mano.
E dell’amore che ti cammina accanto,
che sussurra al tuo orecchio,
dei tuoi brividi.
Amo quel mistero che resterai
e, al contempo, il tuo aprirti spensierato
in modi che mai concepirei per me.
___
Con lo sguardo mi godevo la tua pelle,
ti cercavo i difetti, e tutti,
senza risparmiarne alcuno,
li respiravo, li assorbivo,
li mangiavo
come bevevo le tue parole
e la tua voce.
I tuoi colori si intonavano così bene col mondo.
I tuoi movimenti col piano dell’esistenza.
Le leggi della fisica – frantumi razionali
nel mondo della mia testa,
dove ogni impulso era nutrirmi di te,
goderti senza freni,
assaporando qualsiasi piccola vibrazione,
ogni respiro, le tue vocali strane,
i riflessi incondizionati, il tuo brillare d’amore.
Non potevo che essere felice.
___
Distesa d’erba.
Fruscii di fronde.
Terra.
Come il grido di chi va per mare,
meno disperato,
meno urgente.
Terra.
Sotto di me, dentro il mio cuore
per lasciare ai germogli il tempo di spuntare.
Terra.
Un bacio che non sarà mai.
Un abbraccio che qualche volta è stato.
Terra.
Ma tu, che forse sei aria, brezza di una calda estate,
forse non saprai cosa significhi.

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Cogliersi di sorpresa

I tuoi occhi chiari si riempiono di bellezza,
di altri occhi azzurri, di sospiri,
di una pelle bianca come le cose più pure e delicate.
Di capelli appiccicati alla fronte sudata,
alle guance.
Di una bocca morbida e spalancata,
di una gola fremente, un cuore impazzito,
di suoni senza controllo.
Di quell’essere bellissimo che io amo.

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La friçe attraverso lo specchio

Vivo in una strana sensazione di viaggio, avanti veloce, indietro di colpo, sbattuta di lato. Oppure è solo la telecamera di una regista inesperta, con zoom improvvisi, tremori, inquadrature sbagliate e goffi tentativi di correzione, solo che non ci sono immagini, bensì sentimenti. Frammenti.
L’innamoramento confessato mi rende felice come se ne fossi io l’oggetto. O come se fossi io a provarlo, attraverso lo specchio, gli occhi, le parole dell’altra.
E, insieme, un briciolo di amarezza: posso, io, provarlo? Esiste quel collegamento? Funziona ogni meccanismo? Se schiaccio quel bottone, avrò una risposta o resterà tutto muto? Ho voglia che quel bottone venga premuto?
E, insieme, l’eccitazione del sapere come va, ma anche di sapere che potrò vivere questo capitolo da spettatrice, senza il rischio di venirne sporcata in qualche modo, marchiata, o solo sgualcita da troppe emozioni.

La tenerezza della fragilità umana, che si ostina a provare sentimenti, mentre, nello stesso momento, mi osservo domandarmi se ho mai capito che senso abbia esattamente il sesso. Quella cosa in cui le persone fanno facce stupide e rumori ridicoli. Cielo! Anche io ho fatto quella roba? E non veniva da ridere all’altra parte? …

…sopportava stoicamente?

No, ricordo che era bello. Che non ho mai pensato che nulla fosse stupido, in quelle situazioni. Perché lo penso adesso? E’ come se tutto fosse così lontano da me da non coglierne l’essenza, ma ricordo di aver provato delle emozioni. Ricordo che sono ancora in grado di farlo. Ho una foto di me innamorata di pochi giorni fa, anche se è solo un concerto e non è quell’innamoramento, proprio quello che “la gente” intende di solito. Le sensazioni mi attraversano e hanno campo libero: come posso negarlo?
Be’, a meno che non si tratti di mettersi in relazione con altre persone. “Vere”. Persone che possano rispondere o esprimersi di fronte a queste stensazioni. Non abbraccio, anche quando vorrei. Non riesco: mi è capitato di volerlo, ma non rientrava nella prassi di comportamento tacitamente concordata e generalmente applicata durante gli incontri con tale individuo. Non ci ero abituata io in primis ed era un abbraccio che comunque voleva dire…intensità, che qualcosa era già cambiato. Ma ci si abbraccia in almeno due: una persona di troppo, per me, per potermi far carico di quella responsabilità e una persona di troppo che possa aver accesso alle mie vulnerabilità.

E mentre penso a tutto questo, la gente si conosce, si piace, si apre…
Sembra quasi una cosa naturale, da dietro lo specchio.

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Queerchè?

Ho un momento di forte dubbio politicizzato che, ora riconosco, si agita in me da molto.
Se tutto va come nei radiosi progetti e sogni che ho fatto per il mio futuro, non partorirò mai, ma questo dubbio si è comportato da fastidioso embrione per tutta la sua esistenza, fino ad esplodere ed essere partorito -novella Atena- dalla mia mente razionale.

Io ho un problema con il termine queer

Il fatto è che, a questo punto, credo di non avere una buona relazione con questa parola. Ogni volta che la penso, la ascolto o la dico, vedo, nella mia testa, l’immagine di una persona di genere non definito, sorridente e con in testa un pennacchio da ballerina di samba. E’ un’immagine molto allegra e, per se’, mi fa piacere vederla. Non è fastidiosa, non è disturbante in alcun modo. Solo che…

Solo che come faccio a riconoscermi in una persona che balla la samba? Io non sono queer, sono lesbica. Ed è vero che nessun* mi obbliga a riconoscermi in termini che non voglio: non è questo il problema. Il mio problema è: chi si può riconoscere in una persona che balla la samba? Voglio dire: è solo una ballerina di samba. O un ballerino. Chiunque può ballare la samba. Dov’è la forza dirompente? Dov’è l’elemento di rottura contro la normatività soffocante? E’ un ballo e la gente balla in continuazione, oggigiorno, senza mettere in dubbio alcunché delle restrittive regole della vita. Un ballo è una pausa, prima di tornare nei ranghi.

Ho un problema con questa parola e mi fa rabbia avercelo. Mi incazzo perché vorrei non voler realizzare che non riesco a vedere la sua forza, nonostante esistano persone che conosco e a cui voglio bene che si definiscono queer E sono potenze politicizzate che stimo e con cui lotto.

E invece il problema resta. Esattamente come un/a figli*…

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Irrisolte

Dove iniziano i condizionamenti sociali? Dove finiscono, per dare spazio ai desideri personali? Dove inizio io, se un “Io” non può mai essere separato dal contesto culturale in cui si sviluppa? E lo sappiamo che, no, non può.
In quale modo, allora, accogliere il proprio desiderio, una volta ascoltato? Una volta legittimato nella sua esistenza? Mi piacciono cose che non vorrei mi piacessero? Può una fantasia erotica essere “politicamente inaccettabile”? Se il personale E’ politico (e lo è), che ruolo ha l’erotismo in questo? E i sogni in cui ci si culla, sperando nella loro realizzazione? In quale modo il mondo interiore è politico? Esiste uno spazio che sia solo mio, non grande quanto una stanza, ma piccolo, cruna di ago, dalle pareti di splendido diamante, inattaccabile dall’esterno e che non filtri nel mondo?
E una spiritualità coltivata consapevolmente come può evitare, ad un certo punto, di entrare in collisione con una visione del mondo politicizzata?
E’, la mia, solo separazione di personalità? Schizofrenia? Quante me esistono.
Sono io, forse, il diamante dalle molteplici facce?

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Cos’ha la lavanda

Sulle labbra, il sapore speziato dei biscotti.
Tutto profumava, mentre il vento mi accarezzava la pelle,
E la lavanda si stagliava contro il cielo azzurro
Innocente e viola, più sgraziata di una margherita.
Nel sole, nel mondo, mi sentivo un po’ lavanda anche io.

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Pulsazioni

Sono viva.
Sangue caldo, organi tiepidi. Mani fredde.
Cervello elettrico, spirito fluido ed inchiostro.
La lepre salta nel fuoco, ma io languisco nella luce lunare; viva, ma in attesa.
In attesa dell’incontro: mi chiami da mesi, ed io te.Verrò a trovarti, ripescando nelle memorie la strada per tornare ai tuoi luoghi.

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Frammenti

Da qualche settimana vivo un senso abbastanza angoscioso di solitudine. Mi sovvengono tutte le occasioni in cui mi sono sentita sola, cosa ho provato in quei momenti, come ci sono sopravvissuta, se ho riso, pianto, me la sono goduta o sono fuggita. E, dal passato, sbatto in faccia al presente, veloce come se avessi preso la rincorsa: mi guardo attorno e mi sento ancora più sola. Incontro qualche persona, ci parlo, condivido momenti, ma la mia pelle è una barriera insormontabile che nulla può penetrare. Dentro brucio, incandescente, ma, fuori, i miei gesti e le mie parole sono solo mite vapore, nel tentativo di ridurre tutto a livelli emozionali adatti al quieto vivere.

……
Sola con le mie paure, sola con le domande senza risposta, sola nel tentativo di vivere, divorando avidamente le storie delle/gli altr* per capire se possano adattarsi a me, se, dentro di loro, nascoste, esistano delle parole magiche che io sia in grado di utilizzare e che si adattino alla mia esistenza.
Sola a cercare compromessi, spiegazioni razionali, i gesti e le parole giuste. A sbagliare, a cadere e a crogiolarmi nel dolore e nel pianto, amara indulgenza, nella certezza che sono le/gli altr* a fare schifo e io, invece, io no. L’Unica. La Sola.
……

Sola, come quando, durante il mio primo bagno nell’acqua dolce di un lago, mi immergevo, cercando di stare sotto il più possibile e guardavo affascinata il cielo sereno dal fondo. Nessun rumore, nessun’altra persona, solo il cielo increspato dalle onde.

A volte è bello. Molto spesso, di questi giorni, è insopportabile.

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Primavere

Sento il picchio, lontano nel bosco, e la brezza che soffia tra le fronde degli alberi. Giochi di luce ed ombre sull’erba tagliata non molto tempo fa; fringuelli che si chiamano da un ramo all’altro. Tutto profuma di bella stagione e anche la mia stanchezza ha il sapore del pigro fluire primaverile.
Da due notti sogno l’amore: strani incontri, alcuni che sfidano il corso stesso del tempo. Sembra quasi che, quando dormo, io sia in grado di dare un nome a tutto ciò che provo. Che tutto sia perfetto.
Che tutto sia.

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